Racconto suicida
Sono circa duecento metri. Ho voluto farlo lì, in mezzo al nulla. Ho preferito uscire di casa, andare nella boscaglia, nelle scure trame della notte, forse per scuotere per un momento quella natura pacifica e dare un ultimo fastidio al mondo che mi aveva ospitato. Perché nel farlo in casa non sarebbe cambiato nulla: il grilletto fa click, il colpo esplode, le tue cervella si smagliano irrimediabilmente e non senti più nulla. Meglio dell'eroina.
Ho voluto farlo perché sentivo il vuoto. Quel famoso Vuoto di cui tutti parlano, che non tutti comprendono. Di certo non le famiglie composte da padre meccanico, due figli e madre che si butta sugli schemi piramidali. Pensano che il famoso Vuoto, in quanto tale, non sia un dolore, che equivalga sostanzialmente al nulla, a una noia mantecata nella pigrizia. Non sanno invece che il vuoto tende a non esistere, perché lo spazio deve essere occupato, e un vuoto interiore erode quel fisico e quella mente che gli stanno attorno per un'inevitabile attrazione dettata dalle leggi della fisica.
Quando ho sentito di non farcela, di non riuscire più a resistere, mi sono arreso. Ho fatto in modo di procurarmi una pistola perché è veloce e spero anche indolore; mi sono incamminato a notte inoltrata, scegliendo con cura un posto che avrebbe invece potuto essere qualsiasi. Era estate, una passeggiata bastava a inumidirti la schiena.
Ma quando ho appoggiato la canna alla tempia un brivido, quasi elettrico, ha abbassato la mia temperatura in modo vertiginoso. Ho fatto delle prove, puntando l'arma più volte, anche sotto il mento per considerare una morte più simmetrica. I respiri si sono fatti più intensi, più veloci. Era tempo. Tempo di morire in ginocchio, con un braccio attorno alla testa per risparmiarmi d'istinto tutto quell'orrore che avrei procurato a me stesso. Di morire con gli occhi gonfi, il cuore che mi avrebbe abbandonato comunque con tale tensione, il vomito che bussava con insistenza dalla bocca dello stomaco.
3...2...1...
Rifaccio. 3...2...
5...4...3...2...1...
Ora.
Ora.
ORA!
Venni spaventato da un cerbiatto che sbucò fuori. D'istinto, quella pistola gliela puntai addosso prima ancora di identificarlo. Non avevo mai puntato una pistola a nessuno, uomo o animale che fosse. Il cerbiatto non sa cosa sia una pistola, quindi si allarmò ma non si mosse. Non sapeva che avevo in mano la sua vita, e che essa dipendeva da cosa avrei potuto fare e non fare. E quando me ne accorsi anche io, urlai lacrime di gioia rivolto a quel cielo che stava solo aspettando il boato della mia 9mm.
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Oggi vivo tra Cuba e Haiti. Qui la vita è indescrivibile. È quello che volevo, è quello che ho ottenuto. Di giorno muovo molti soldi e ne guadagno abbastanza, ma vivo con relativa umiltà, mentre mia moglie mi aspetta come all'alba così al tramonto nei suoi svolazzanti abiti bianco luce. Nel fine settimana vado al villaggio dei pescatori, ad aiutare gli anziani e rubare loro qualche sprazzo di saggezza. È tutto così lontano dal vuoto, così vicino alla perfezione.
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È forse solo per ricordo, o per diletto, che conservo quell'edizione del Resto del Carlino del 28 agosto 2022. Quella con in prima pagina il titolo "Folle armato di Glock evira un cerbiatto in via Roma affermando di essere il messia". Non mi hanno mai capito, ma sono felice di avere quel possente cazzo imbalsamato sopra il caminetto.
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