Pasta al pesto

La domenica ci riunivamo sempre da zia Martina. Lei e suo marito, zio Vittorio, che passava la maggior parte del tempo su una poltrona polverosa, dalla trama fuori moda già per l'epoca e che odorava fortemente di Pinot Grigio, avevano la casa in campagna. 

Noi li raggiungevamo sempre intorno alle 11.00, giusto per non fare la figura di presentarci appena all'ora di pranzo; scendevamo dalla collina con una vecchia Fiat 600 che talvolta aveva delle strane perdite di gas all'interno del veicolo, e questo ci costringeva a tenere il finestrino abbassato. Quell'auto era da cambiare, ma mio padre, che lavorava in un timbrificio, non avrebbe cacciato una lira finché l'automobile non l'avesse lasciato completamente in panne, e mia madre di certo non osava dire la sua, impegnata come era a nascondere una relazione con il proprietario di un negozio di pellicce. Così quella macchina odorava di gas, del profumo nauseante di mia madre, e dei fallimenti di mio padre. Io ovviamente sapevo tutto, nonostante i miei sette anni. 

In campagna ci accoglieva sempre nonno Rocco, un uomo dai capelli completamente bianchi e dallo sguardo di chi aveva imparato ad incassare qualsiasi batosta della vita. Un uomo buono e generoso, soprattutto con noi bambini. Aveva spesso le mani sporche di sangue, perché per l'occasione andava sul retro della casa e sgozzava una gallina; mio cugino Michele ci si divertiva a vederlo infilare una forbice in gola a quella creatura, io trattenevo a stento le lacrime e il vomito alla vista di quelle mani; e manco a dirlo, la gallina non la mangiavo mai. 

Zio Roberto invece faceva il pescatore, ci salutava con abbracci nervosi e frettolosi, senza nemmeno la decenza di lavarsi le mani; non si era mai sposato, ma doveva avere una qualche sorta di fidanzata da qualche parte, che mi dicevano essere mezza matta. Rex invece mi metteva un sacco di paura: quel cane puzzava da maledetto e aveva il ringhio molto facile; zio Roberto talvolta faceva finta di aizzarlo contro di me, che scappavo sotto il tavolo e mi graffiavo con qualche scheggia sporgente. 

Zia Martina cucinava con la sigaretta in bocca, e ogni domenica faceva la pasta con il pesto. C'era un'aria davvero pesante in quella cucina, così mal ventilata e anche poco illuminata. Un vecchio televisore a tubo catodico Mivar era fisso sul telegiornale, e sebbene nessuno sembrasse mai ascoltare una parola di quanto dicessero quei mezzibusti vestiti in gessato, guai a toccare il telecomando. Mamma guardava zia Martina con disprezzo, un po' per aver accettato quella vita da pezzenti in campagna quando lei invece si concedeva tre lunghi aperitivi con l'amante ogni settimana, un po' per l'invidia di quel seno che a lei non era ancora crollato. 

Quando zia Martina faceva la pasta con il pesto, esagerava sempre con l'aglio. Mamma prendeva sempre un antireflusso, papà un gastroprotettore. Nel mentre irrompeva in cucina Michele, che aveva appena fatto pipì e non si era lavato le mani. 

E poi ci si metteva tutti quanti a tavola: ognuno con le sue maleodoranze, ognuno con la sua personale noncuranza dell'igiene. Ognuno con le sue cose sul quale rimuginare. Ma io, nei decenni a seguire, non ho mai mangiato una pasta al pesto così buona.

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