Ti ricordi?

A: Va bene, dai. E anche oggi quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto. Dieci minuti e me ne vado che si è fatto tardi e mi aspettano. Ce ne hai una anche per me, Michè?
M: Tieni, Antò.
A: In vita mia mai ho visto nessun altro fumarsi le Benson & Hedges. Scommetto che pure i fornitori guardano storto Mimmo quando te le tiene da parte. 
M: Oh, me la tengo, se ti fa cacare.
A: No, figurati. Mi fumerei pure la marmitta di un Ciao in questo momento. 

M: Comunque anche la Paola se le fumava.
A: Che fichetta che era, Paola.
M: Per me era più di una fichetta. 
A: Che, ci hai fatto qualcosa?
M: Ma figurati. Con un imbranato come me. Che cazzo ci avrebbe fatto?
A: Guarda che tu con una come Paola potevi benissimo starci. L'ho rivista due anni fa, era scesa per trovare una zia. Stava con un tipo sfigatissimo che ha conosciuto su. Pettinato, rigido come un palo, sorriso di circostanza. Fa tipo il geometra o l'ingegnere, sarcazzo.
M: Vabbò, sicuro meglio di quel che faccio io. 
A: Ma non è quello, vedi che non capisci mai? Il punto è che avrà trovato uno che in qualche modo ha attaccato bottone, probabilmente a vederlo senza nemmeno che ne avesse l'intenzione, e poi non si è tirato indietro. Se ti togli il dito dal culo, vedi che le cose cambiano. 
M: Boh. Ma te la ricordi lei, quando veniva in paese con la bicicletta a prendere le verdure da Valerio? Aveva diciannove anni, cazzo. Quei capelli castani che si riempivano di sole nelle belle giornate, e quella espressione serena di chi sembra non si stia aspettando niente dalla vita, e che sia semplicemente beata del fatto di vivere.

A: No, non ci andavo mai da Valerio. Abbiamo scazzato quando eravamo vicini di casa perché lasciava sempre liberi i cani, e una volta quasi mio cugino Gaspare ci perdeva un braccio.
M: Minchia, quasi mi scordavo che una volta tu abitavi lì. Tua mamma che ci portava fisso i salatini e il Crodino alle cinque quando ci spaccavamo alla Play. La amavo in quei momenti. 
A: Ah, io la insultavo se finiva il Crodino e non me lo comprava. Era un rituale. 
M: Mi mancano un sacco, quei momenti. 
A: Cosa, la Play? È in sala che fa la muffa, se vieni un pomeriggio ci spariamo tre ore di FIFA 2007. Quattro no che mi rompo il cazzo. 
M: No Antò. La giovinezza. Il fatto di non dover pensare a niente. Anche se forse dovevo pensare a un sacco di cose e non ne avevo il coraggio e la voglia. 
A: Tipo?
M: Tipo scegliere se continuare la stessa facoltà all'università, a come mettere dei soldi da parte, a risolvere i miei problemi del cazzo quando a tutti sembrava girare meglio. E adesso Coso è primario in cardiologia, quell'altro ha il suo studio privato di interior design e, non so come, ti assicuro che due soldi se li è fatti, e io sono qui nella situazione che sai.

A: Beh, ma guarda che non sei mica vecchio, eh. Se ce ne hai voglia ancora ti puoi sistemare. 
M: Ma sì, ma sì. Ma non è la stessa cosa. Cioè, alcune cose me le sono precluse per sempre. Tipo andare a fare una settimana ignorante a Mykonos; non è che possiamo partire ora e fare i ventenni. 
A: Mettiti il cuore in pace, Michè. Io invece volevo giocare nel Chelsea, vedi tu. Tu alcune cose le potevi fare, è che non ti sei dato una mossa.

M: Antò, ma io ho passato due estati a rincorrere Cristina. 
A: Eh, e sei un coglione. Tanto lo sapevi come finiva con lei.
M: Ma io ero innamorato e non ci capivo più niente. Guarda, se non era per quella sua amica che quella sera l'ha chiamata che aveva fatto l'incidente contro il pullman ti giuro che sarebbe potuto succedere qualcosa, forse.
A: E non succedeva, fidati.
M: In ogni caso non so che farmene di quel ricordo. Non so se vederlo solo come un rimpianto, o se apprezzare quelle sere e quelle emozioni di vivere una cosa che forse succede e forse no. Tu che te ne faresti di un ricordo del genere?

A: Michè, ce l'ho io invece una domanda per te.
M: Dimmi.
A: Ma tu vuoi vivere di ricordi?

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