Astrid

Esco sul balcone, in una fresca serata di giugno. Una lieve brezza, che provoca a malapena un fruscio nelle ortensie, ha reso la temperatura perfetta. Io mi accendo la mia Winston Blue di rito delle 23.30. Mi sento finalmente sereno, come non mi succedeva da tempo. I muscoli del mio viso sono piacevolmente rilassati, e nulla mi preoccupa. 

Astrid mi fissa sorreggendo una tazza di tè con entrambe le mani. Io me ne accorgo, e lei non ritrae lo sguardo. Ha un'espressione indagatrice, e qualcosa sembra turbarla, nonostante l'accenno di sorriso e gli occhi sereni. La situazione mi fa sorgere della inevitabile curiosità, seppur molto vaga. Io davvero, questa notte non mi sto proprio preoccupando di nulla.

Astrid è la mia vicina di casa. È norvegese, parla pochissimo italiano ma molto fluentemente il russo e l'inglese. Si trova qui per lavoro, e della nostra lingua paradossalmente riesce a farne a meno, anche se talvolta la sento studiarla quando mi avvicino alla parete in comune. Ha una bellezza molto pulita, non priva di difetti, ma il suo lungo, glaciale capello biondo è comunque ammaliante.

A un certo punto sono io a ritrarre lo sguardo, vuoi perché la cosa ha smesso di interessarmi, vuoi perché forse è il modo migliore di chiudere quella situazione di discreto imbarazzo. Torno ai miei pensieri privati, ma lei dopo poco mi chiama esplicitamente e mi chiede di poter entrare in casa mia, con una scusa. Io le faccio un cenno positivo, e dopo pochi secondi è davanti alla porta di ingresso. 

Non ho ben capito che cosa voglia, sono stato a sentirla con sufficienza. Lei ora è ferma davanti a me. Mi apre un largo sorriso a bocca chiusa, mantenendolo in silenzio per circa cinque secondi o più. E poi mi sussurra: c'è molto di più. Io resto dinnanzi a lei immobile, non sto capendo ma nemmeno affrettandomi a chiedere spiegazioni. Lei ora è a un passo da me.

Finché non mi prende la mano destra, e con i modi attribuibili a una figura materna la porta al suo seno sinistro. Ora sono davvero curioso di vedere a dove porta tutto questo, anche se l'immaginazione non ha più molto spazio a questo punto. Con la sua pacatezza mi trascina nella camera da letto, dove inizia a spogliarsi del suo intimo, rimanendo solo nella sua sottoveste blu. In poco tempo io sono sul letto, sotto di lei, che con movimenti dolci e regolari conduce il rapporto. Ha una serenità in volto senza eguali, e mi evita l'imbarazzo, in quella improbabile situazione, di guardarmi troppo negli occhi. Finché non termino, e lei si affianca vicino a me, posando la testa sulla mia spalla e  accarezzandomi il viso e il petto. 

Io guardo in alto. Astrid sopra di me è stata una visione, nei suoi movimenti sinuosi e nella sua bellezza nordica. Ma lei è una delle ultime cose a cui penso. Perché di colpo tutto riaffiora. E io comincio a piangere,  dapprima cercando di trattenere le lacrime, e poi senza preoccuparmene, dal momento che quel che sto facendo non può più essere nascosto. Lei mi stringe più forte. Solo più tardi noto il suo avambraccio sinistro pieno di cicatrici, che sembrano avere comunque fatto il loro corso, ed essere dunque storia vecchia.

Astrid non parlava molto bene l'italiano, e forse era per questo che aveva imparato a leggere maggiormente le persone con gli occhi. Aveva sviluppato in questo modo una maggiore empatia per gli altri. Lei si era accorta del mio repentino cambiamento di umore rispetto ai giorni precedenti. Lei aveva capito che io quella notte o poco dopo mi sarei suicidato. Astrid quella notte mi aveva salvato la vita. 

Commenti

Post più popolari