Racconto sequel (su richiesta)

Mi addormentai, in attesa del compimento di quell'atto che avrebbe dato senso al mio impegno di quel giorno. Venni svegliato da quello che sembrava essere il rumore di una grossa pinna che sbatteva sul finestrino del guidatore. Era il tricheco. Era curiosamente tornato dal capannone e stava chiedendomi di salire per essere riportato a casa. 

"Sai", cominciò ritirava la coda per chiudere la portiera "una volta entrato là dentro, mi sono guardato intorno e mi son detto: no, non accetto il mio destino. Perché non è tale, non è destino, solo una stramaledettissima scelta di arrendersi al male e accoglierlo come qualcosa di immutabile. E non ne ho voglia di dirmi che tanto sì, deve andare così. Cavolo, non più. Così, dopo aver provato ribrezzo per il me stesso di pochi minuti prima, ho parlato con il vecchio e sono stato molto onesto sulle mie intenzioni; lui mi ha capito e non ha fatto storie. Io credo nella parola e nel dialogo tra gentiluomini, e soprattutto ritengo che un uomo, o un tricheco, siano pienamente convinti delle proprie volontà e dei propri ideali non abbiano problemi a spiegarsi e a convincere il prossimo in un'idea anche fuori dagli schemi. Così è stato, amico mio. Così è stato. Me lo daresti ora un passaggio fino in centro?"

Feci per attivarmi subito. Accesi la macchina, pronto a ripartire. Ma nel vedere il quadro elettrico operativo, compresi il fatto che si trattasse solo di un sogno. Il vecchio uscì dal capannone sfilandosi un paio di guanti in lattice, pronto per il suo notiziario serale in televisione. Quel discorso me lo ero completamente immaginato. Realizzai che era il discorso che avrei voluto sentire, ma quella vittoria non si era mai materializzata, e tali parole rimasero frutto di fantasia. E così i miei sogni di rivalsa. 

Me ne accesi un'altra.

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