Racconto estivo
Era l'estate del 2016. Uno di quei sabato sera di agosto, in cui Milano è poco più di un deserto e sul Naviglio Grande ci sono piccole comitive di quindicenni, qualche ritrovo di prepensionati che mangiano un gelato in coppetta, e le piccole stranezze che puoi trovare solo in una metropoli.
Io ero uscito da solo. Gli amici erano metà in ferie, metà spariti da tempo con i loro rispettivi partner. Avevo appena fatto un abbonamento a Netflix, ma me ne ero già stufato, e quella sera il clima era quasi piacevole. Una rarità di stagione.
Cominciai a percorrere quelle sponde che conoscevo come le mie tasche, ma che ai miei occhi si rinnovavano sempre di nuovi particolari, e che non facevano mai penetrare la noia sottopelle se non di pochi millimetri.
E quella sera, non permeò nemmeno. In una delle traverse, nemmeno ricordo quale, apparve lei. Occhiali tondi, corpo esile, capelli neri e mossi, taglio medio. Vestiva una maglietta bianca di cotone con un elegante scollo sulla schiena, una gonna lunga turchese e un sandalo lievemente demodé; al ventre stringeva una borsa a tracolla in ecopelle, mentre fissava una vetrina.
Non l'avevo mai vista. Non doveva averla ancora notata nemmeno Dio, perché in caso contrario le avrebbe aperto una strada per fare qualcosa di grande. O forse l'aveva messa lì apposta per me, per farmi un regalo che non sapevo di meritare.
Non mi vide. La notai guardarsi attorno con il fare di un gatto, attenta a studiare tutto ma concentrata su nulla in particolare. Entrò da Libraccio, e decisi di seguirla.
Scrutando gli scaffali si aggiustò gli occhiali con un indice, con il quale passò poi in rassegna i dorsi, vecchi e nuovi, che popolavano quei ripiani. Poi prese in mano il mio libro preferito. Il mio libro preferito. Quella contemplazione doveva finire, doveva mutare in altro. Mi avvicinai, con un passo un po' troppo lento perché non si notasse. Lei girò lo sguardo verso di me, che puntavo il mio verso quelle pagine così familiari. Mi accennò un piccolo sorriso di incoraggiamento, sul suo volto disteso e luminoso; io contraccambiai, ma realizzai in quel momento che iniziare un dialogo avrebbe incrinato la poesia di quell'attimo. E per quanto pure a me sembrò assurdo, girai i tacchi e me ne andai.
Avrei voluto conoscerla, e allo stesso tempo non sapere nemmeno come suonasse la sua voce, o come fosse la sua bocca socchiusa. Lei per me avrebbe dovuto esistere per sempre così, perfetta, incorruttibile, un'entità eterna come la Monna Lisa, speziata di quel sentore di rimorso per l'occasione perduta.
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Due settimane dopo la trovai a spompinare un PR nel bagno del Just Cavalli. Quando ebbe finito si accasciò strafatta in un angolo tra l'orinatoio e il lavandino. Le pisciai addosso dalla testa ai piedi, incurante del dito medio che mi stava rivolgendo.
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